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“Se questo è un uomo” scriveva Primo Levi. Ed oggi a più di sessant’anni di distanza questa riflessione dai toni amari torna quanto mai attuale. Un anno fa “la rivolta di Rosarno” portava agli occhi di tutti le condizioni disumane di immigrati africani che rivendicavano la loro dignità, rivendicavano la loro identità di persone e di lavoratori. Loro, sono il simbolo dello sfruttamento ed in qualche caso, dell’indifferenza. La loro rivolta come la loro rabbia esprimono l’insofferenza verso un sistema che abusa delle loro forze. Non è forse questo espressione d’inciviltà? Mai come in questo caso torna alla mente quella dialettica hegeliana servo- padrone dove l’uno diviene necessario per l’altro, dove il lavoro forma lo stesso servo e dove il padrone si limita ad utilizzare gli oggetti prodotti gli stessi che fanno la sua “fortuna”, sulle spalle di duro lavoro del suo servo, sfruttato e sottopagato, ritenuto “oggetto”. In realtà questa necessità nasconde retroscena inimmaginabili. Le condizioni disumane di un anno fa (ed anche di più) sono le stesse condizioni che ritroviamo oggi. Allora sorge spontaneo chiedersi, cosa è cambiato? Cosa è stato fatto per regolamentare i lavoratori, per aiutarli a vivere? Secondo lo studio della Camera di commercio di Milano negli ultimi 10 anni senza stranieri avremmo avuto -62% delle imprese. Questa è chiara definizione dell’importanza che gli stessi che fanno la sua “fortuna”. In realtà questa necessità nasconde retroscena inimmaginabili lavoro degli immigrati ricopre nel tessuto produttivo ed economico italiano. Un’ importanza che non merita di cadere vittima di abusi e sfruttamenti dove a prevalere è la logica del più forte, di chi decide come, quanto e a quale prezzo. In tutti questi anni la difficile situazione rosarnese è stata “tollerata” a scapito di un’immigrazione clandestina che da una parte ha alimentato la criminalità dell’altra ha generato situazioni di forte degrado sociale. Le vere ragioni di rivolte come quelle di Rosarno devono quindi essere propriamente ricercate nella particolare situazione calabrese e più in generale, del Sud Italia. Un’amara consapevolezza determina pertanto il riconoscimento del fatto che in alcune parti d’Italia la schiavitù esiste ancora ed ancora essa si manifesta ancora in rivolte degli schiavi. Ma gli immigrati di Rosarno sono prima di tutto Persone. Non dovrebbe questo esser sufficiente perché certe situazioni non si verifichino? I giovani IDV Calabria tornano anche in questa occasione a rivolgersi alle istituzioni locali perché si rendano protagoniste di modelli di sviluppo culturale, sociale ed economico che siano da sostegno ai lavoratori migranti e che servano da slancio per un modello agricolo sicuro che ripudi qualunque forma di sfruttamento umano. Ricordiamo infine che un’integrazione fondata sul rispetto della dignità umana e dell’accoglienza è possibile. Nell’altra parte della Calabria, quella bella ed accogliente,nel comune di Drosi, frazione di Rizziconi, al confine con Rosarno, vivono ad oggi immigrati africani in case accoglienti, con contratti di lavoro regolari, difesi e aiutati. Partiamo da qui, da questo modello di civiltà. Ieri, oggi a Rosarno. E domani?
Valentina Tomaselli
Responsabile comunicazione Giovani IDV Calabria